Coronavirus nel mondo, un filo invisibile che collega l'Italia a WuhanCoronavirus nel mondo, un filo invisibile che collega l'Italia a WuhanIl temibile Coronavirus sta tenendo in scacco il Mondo: partito dalla Cina, si è rapidamente diffuso in gran parte del Pianeta, costringendo intere nazioni a prendere provvedimenti drastici per limitarne la diffusione. Tra i Paesi più colpiti c'è sicuramente l'Italia, con quasi 25 mila contagiati, mentre soltanto adesso Spagna e Francia iniziano a prendere misure più stringenti. Tra le nazioni più colpite vi sono inoltre la Corea del Sud e l'Iran, con la città di Qom che ha dovuto pagare un tributo davvero alto in termini di vite umane(più di 500 vittime in pochi giorni)

Secondo un gruppo di ricercatori tuttavia vi sarebbe una correlazione tra CLIMA, AMBIENTE e DIFFUSIONE dell'EPIDEMIA: un filo invisibile, che collegherebbe direttamente l'Italia con Wuhan, epicentro del contagio planetario.

Partendo da modelli matematici, test di laboratorio e studi epidemiologici su sopravvivenze e trasmissioni dei virus, si cerca di capire perché il Covid-19 si sia diffuso in determinate zone e, soprattutto, come potrebbe evolversi.
Come si può notare facilmente osservando l'immagine in apertura di articolo, elaborata dai ricercatori dell’università del Maryland con colleghi di due atenei iraniani, tra i punti in comune tra le varie località più interessate dal virus c’è la latitudine: tutte le località più colpite dal coronavirus si trovano nella fascia compresa tra 30 e 50 gradi a Nord.

In secondo luogo, ci sono le temperature medie registrate, tra i cinque e gli 11 gradi centigradi in tutti i focolai, con il virus che non si è finora diffuso in aree più fredde (come Russia e Canada) né più calde, una situazione che mette in allerta quei Paesi più a Nord, per i prossimi mesi, quando le temperature sono destinate ad alzarsi. Infine l’umidità: analizzando un orizzonte di quattro mesi (da novembre a febbraio) si nota un differenziale del tasso di umidità ridotto, in particolare a gennaio, con dati tra il 67 e l’88 per cento.

Va detto tuttavia che si tratta di ipotesi preliminari per le quali non esistono modelli previsionali; inoltre, gli studiosi aggiungono anche un altro fattore, non meno importante, e cioè la qualità dell'aria nelle varie località "focolaio".

Dove risulta maggiormente presente la diffusione del virus, esistono anche valori di smog e polveri importanti: pensiamo alla metropoli di Wuhan, in Cina, dove l'inquinamento è stato particolarmente elevato, così come in Lombardia, dove, nei mesi scorsi, il PM10 ha più volte superato i 50 microgrammi per metro cubo di aria.

Un recente articolo del Washington Post titolava come una «cattiva aria» potesse contribuire a peggiorare gli effetti del coronavirus, così come, per esempio, il fumo o ogni altro inquinante originato da combustione, citando l’opinione di diversi esperti dell’Università della California per esempio sulla Sars, scoppiata in Cina nel 2003, che si era rivelata più nociva e mortale nelle regioni con una qualità dell’aria peggiore. Il motivo è da ricercare nei polmoni: le polveri inquinanti si accumulano sui «macrofagi alveolari», le cosiddette cellule della polvere, appunto, che, di conseguenza, non riescono più a svolgere al meglio la loro funzione, soprattutto in presenza di malattie o infezioni.